La Fucina Museo

 
Il Maglio  

Per visitare la Fucina-Mulino museo si può prenotare c/o la Cooperativa biennese tel. 0364/300307 o c/o la Biblioteca comunale tel. 0364/300370

 

 

 

Orari di apertura Fucina Museo
Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato Domenica
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9.30-11.30
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14.30-16.30
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L'apertura in orari e giorni diversi da quelli indicati (compresi giorni festivi) è possibile solo su prenotazione. (presso la proloco tel. 0364/300307)

Orari di apertura Mulino Museo
Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato Domenica
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9.30-11.30
9.30-11.30
9.30-11.30
9.30-11.30
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Il Maglio  

Vedi articolo pubblicato su ITINERA

Nel museo etnografico è possibile vedere tutti i "ferri del mestiere" degli antichi fabbri biennesi. Nel primo locale sono stati esposti vari cartelloni: si può vedere il lavoro delle moderne siderurgie e la preparazione a mano dei secchi. Alcuni disegni spiegano come si estraeva il ferro anticamente nelle miniere e come veniva portato a valle. Ci sono delle foto che illustrano la preparazione del "poiàt" per ottenere il carbone di legna e una bella illustrazione della fucina del fabbro, un'incisione rupestre trovata a Sellero che testimonia quanto sia antica la lavorazione di questo metallo in Valle Camonica. Il secondo locale è un'antica fucina con tutti gli strumenti e gli accessori utili al fabbro. Entrando si vedono a destra l'erbor (albero di trasmissione) e il maglio. L'erbor è un lungo tronco di castagno, materiale molto usato proprio perché si indurisce a contatto con l'acqua. Perché non si rompa in senso longitudinale è tutto fasciato da vere in ferro (le ére); ad ogni estremità ha un "guéei" un perno in ferro formato da una lunga piramide infissa nel legno e da un cilindro che permette la rotazione. Sulla parte alta dell'érbor si trovano i "gargiòcc" due strani anelli con tacche particolari su cui poggiano le "pàlmole", pezzi di ferro che fanno abbassare il manico del maglio; quest'ultimo è situato perpendicolarmente all'érbor, tra due enormi conci in granito infissi nel pavimento che, assieme a vari pezzi in legno, contribuiscono a dargli stabilità. Il manico, anch'esso pieno di vere e di "hèrae" (piccoli cunei in legno) è infilato nella "boga", un grosso anello con due perni ai lati (i còregn) che fanno muovere il maglio come un'altalena. La testa in ferro, un modello a "testa d'asino", è un blocco unico. E' invece, intercambiabile la bocca, la parte anteriore che serve a dare forma ai vari manufatti. Vi sono piccoli tubi che portano l'acqua per il raffreddamento del legno che, quando lavorava tanto si surriscaldava. Anche la "pértega", il ferro usato per dare più o meno acqua al maglio, qui è un modello molto antico. E' ancora a mano. C'era un bambino che la manovrava secondo l'indicazione del "maihter". Anche il "brahchì" era un bambino. Andava in fucina di notte (alle tre o alle quattro) ad accendere il forno in modo che, alle cinque del mattino il fabbro potesse trovare brace sufficiente per rendere incandescente il ferro da trattare. Questa fucina nel corso dei secoli ha avuto ruoli diversi. E' stata sia "cavadora" che "scartadora". Son termini che derivano dal dialetto "caà" e "hcartà". Il primo spiegava il modo di dare profondità a secchi, padelle, mestoli, il secondo significava appiattire pale, vanghe, zappe. Vicino al maglio ci sono il forno e il fuoco per i pezzi piccoli in cui arriva ancora l'ìnsuffiazione della "tina de l'ora" tramite il tubo detto appunto "canalòt dè l'orá". Qui veniva usato il carbone di legna prodotto sulle nostre montagne dai carbonai. Ancora oggi si possono vedere le "aiai carbunére". Su un piccolo rialzo in fondo alla fucina ci sono i maglioli e la cesoia. Servivano per le rifiniture dei secchi e funzionavano con una ruota idraulica e un "érbor" più piccoli, ma sempre secondo il principio del maglio. Con i maglioli si sistemavano i fondi e le pareti; con la cesoia si ritagliavano le pareti eccedenti. Va precisato che magli e cesoie devono sempre lavorare sul ferro caldo per non rovinarsi. In caso contrario i fabbri si rifiutano di farli funzionare. All'esterno della fucina scorre il Vaso Re; ci sono una condotta aerea, due canali di scarico e diverse "trombe" con altrettanti "salti d'acqua" che fanno muovere la ruota in legno; una produce aria nella "tina dè l'ora" (letteralmente sarebbe "tino dell'aria'). All'inizio della tromba c'è un legno a triangolo che "frantuma" l'acqua che scende; lungo la tromba in legno ci sono vari fori da cui entra aria; più in basso è stata creata una cavità di un metro cubo circa con un masso in granito sul fondo e un sifone che lascia uscire l'acqua caduta. Tutti questi accorgimenti producono aria che viene incanalata in un tubo e portata all'interno della fucina fino al forno. Recentemente è stata installata una piccola tromba d'acqua che serve ad azionare un tornio per la lisciatura delle padelle. Come tutti sanno per usufruire dei "salti d'acqua" si deve pagare un'imposta allo stato poiché le acque sono demaniali. Se poi ci sono riparazioni da fare al Vaso Re ci pensano i proprietari dei terreni su cui scorre il canale artificiale.

 
Brace nel forno  

Esterno della Fucina Museo
La struttura è molto semplice, con pietra a vista annerita dal fumo e dalla caligine.
Il museo è composto da due vecchie fucine con una parete in comune. Anche l'intemo è suddiviso in due parti: nella prima ci sono dei pannelli che illustrano i passaggi dall'estrazione del ferro al prodotto finito, mentre nella seconda parte troviamo una fucina com'era al tempo in cui produceva secchi.

Interno
Pannelli:
1) Il ferro:
L'attività estrattiva era di rilevante importanza nella nostra valle. Dove erano dislocate le miniere? Nell'alta valle (Cerveno, Paisco Loveno, Malonno) ad un'altezza di circa 1800 - 2500 metri.
C'era una zona di scavo, l'abitazione dei minatori e uno spiazzo dove si faceva una prima selezione del minerale che veniva portato nei forni di prima cottura o di torrefazione e poi ai forni fusori a valle con gerle o carri a strascico.

2) I Forni - Fusori:
Già dal XIII secolo si hanno notizie relative ai forni fusori.
Si trovavano nelle zone di Cerveno, Paisco Loveno, Grumello, Pisogne, Malonno, Cemmo, Berzo Demo e Allione.
Sul pannello troviamo il forno preistorico piccolo, quasi una buca, il forno di età celtica o romana con due condotti di aria forzata è l'antenato dell'altoforno illustrato a lato del precedente.

3) Fucina:
La lavorazione del ferro nella zona è antichissima.
Studi approfonditi nella zona Ponte di Valgabbia dimostrerebbero che si estraeva e si fondeva il ferro già in epoca Longobarda. Troviamo addirittura su un'incisione rupestre la rappresentazione di una fucina.
Perché la fucina è nata in questa zona? Non è un caso che la lavorazione del ferro sia nata qui.
I nostri antenati hanno saputo sfruttare al meglio la grande quantità d'acqua presente nella zona convogliandola in un canale artificiale (Vaso Re) per renderla forza motrice di magli e mulini. Oltre l'acqua c'erano anche boschi ricchi di legname per costruire il Vaso Re, le ruote, i manici dei magli e gli alberi di trasmissione.
Bienno, oggi, è l'unico paese dove si forgia ancora il ferro con questo antico metodo. Le fucine con il maglio ad acqua sono rimaste tre destinate a scomparire con questi ultimi fabbri.
Perchè resiste sul mercato una lavorazione tanto antica? Perchè i prodotti sono molto resistenti.

4) Il Poiàt:
Anticamente la produzione di carbone di legna rappresentava una vera e propria attività. Il mestiere del carbonaio consisteva nel salire in montagna, trovare la legna, costruire la carbonaia (poiàt), vegliarla e portare il carbone a valle per venderlo.
Per costruire il "poiàt" si creava l'aia carbonile ovvero uno spiazzo dove avrebbe dovuto erigersi la carbonaia. Si prendevano dei bastoni che venivano conficcati nel terreno circolarmente e li sopra veniva accatastata la legna più grossa all'interno e più sottile all'esterno lasciando un foro all'imboccatura; il poiàt veniva coperto da rami d'abete e da uno strato di terra, quindi si accendeva.
Le frasche d'abete impedivano alla terra di penetrare e quest'ultima aveva la duplice fluizione di assorbire l'acqua, l'umidità che si formava dalla combustione e regolare il tiraggio dell'aria. I carbonai dovevano vegliare notte e giorno la struttura per far si che non franasse e la combustione avvenisse nel modo giusto osservando la colorazione del fumo.
Per questo motivo il carbonaio si creava un riparo costruendo una tettoia con scorze di corteccia di abete rosso che oltre ad essere molto flessibile è anche impermeabile, quindi, riparava anche dalla pioggia.

5) Fucina:
Questa fucina fino a circa 12/13 anni fa produceva secchi; oggi, pur conservando intatti tutti gli strumenti e i macchinari utilizzati allora, è stata adibita a museo.
La lavorazione dei secchi non si fa più, in quanto essi sono stati sostituiti dai più moderni in plastica (su richiesta vengono comunque prodotti secchi in ferro con delle lamine, ma con l'utilizzo del moderno tornio che in un paio di minuti produce il secchio).
Essa era quindi la fucina CAVADORA o di un "padeler" (che produceva manufatti con una certa profondità come secchi, mestoli e pentole, per questo motivo gli abitanti di Bienno erano detti padelle).
Guardandosi in giro si può vedere che l'ambiente è molto scuro e tutti i macchinari non sono messi a caso in determinati punti, ma seguono una logica: il maglio è posto davanti alla porta per avere luce, il forno vicino al maglio, per non dare la possibilità al pezzo scaldato di raffreddarsi. Nel tetto c'è una grossa apertura detta "finehtral" per far uscire il fumo e il pavimento non esiste (al suo posto c'è terra battuta) perché non potrebbe resistere sotto i violenti colpi del maglio.
Che cos'è il maglio? Il maglio non è altro che un grosso martello la cui testa pesa circa due quintali e sotto i suoi colpi il ferro scaldato precedentemente nel forno viene forgiato. Esso funziona solo ed unicamente con l'energia dell'acqua.
All'esterno della fucina è possibile vedere il canale sopraelevato chiamato Vaso Re che, prendendo l'acqua dal torrente Grigna in una zona tra Bienno e Prestine, da energia a tutte le fucine e al mulino che si trovano lungo il suo percorso (un tempo le fucine erano numerose come anche i mulini e le segherie).
La sua struttura in legno è oggi in cemento. Dal Vaso Re scende un grosso tubo chiamato tromba all'estremità della quale c'è la bocca. Il getto d'acqua cade dalla tromba su una ruota idrica che girando mette in moto un albero di trasmissione detto "érbor" (in legno di castagno) all'estremità del quale ci sono dei pioli in ferro chiamati pàlmole, che, alternate a scacchi, permettono al maglio di alzarsi e abbassarsi forgiando il ferro.
L'acqua può essere regolata mediante l'utilizzo di una leva posta vicino al maglio (oggi sita sotto i piedi del "maihter') che, collegata alla bocca dalla tromba, devia il getto d'acqua per mezzo di una saracinesca all'intemo di quest'ultima.

 
Brace nel forno  

6) Forno:
E' un forno ben conservato che anticamente funzionava con carbone di legna e un apporto di aria che, invece di essere insufflata con il mantice, utilizzava la "tina de l'ora" un meccanismo semplice, ma molto ingegnoso che con la forza dell'acqua produce l'aria necessaria al forno per funzionare.
Parte dell'acqua del Vaso Re viene immessa in un condotto che scende perpendicolarmente arrivando ad un tino di pietra all'interno del quale c'è un grosso sasso di granito; durante la caduta aspira aria da alcune fessure situate lungo la tromba.
L'acqua battendo violentemente su questa pietra produce aria che trova come unico sbocco un tubo (calot de l'ora) che la conduce al forno dove esso si divide in due ramificazioni, una per il forno e una per la forgia.

7) Lavorazione dei secchi:
Per la lavorazione dei secchi si prendevano delle piastre in ferro rettangolari, opportunamente scaldate nel forno, si lavoravano sotto il maglio con la bocca stretta utilizzata per le zappe cercando di dare al pezzo una forma il più possibile circolare.
Il piattello veniva poi sagomato con la cesoia, una specie di forbice con un braccio fisso e uno mobile azionato dall'acqua.
La seconda fase consisteva nel prendere un pezzo di ferro più grande detto madre o matrice, immergerlo in un impasto di argilla ed acqua e così si procede anche con sei o sette piattelli.
Si prendevano poi la matrice e i piattelli insieme e si mettevano sotto una rudimentale pressa per dare la forma di un pacchetto che veniva poi messo di nuovo nel forno. L'impasto di argilla ed acqua serviva a questo punto per non farli fondere, perchè da tale pacchetto si potevano ricavare quattro o cinque secchi.
Si prendeva a questo punto il pacchetto, lo si metteva in un sasso concavo (balot de mbala) e tre persone in sincronia battevano al suo interno dando così la prima fonna di secchio. Nel frattempo si cambiava bocca al maglio mettendo quella adatta alla forgiatura dei secchi.
Il pacchetto passato al maihter veniva fatto girare continuamente e in questo modo la bocca battendo al centro faceva alzare le pareti; così si continuavano a cambiare le tenaglie apposite. I secchi venivano poi separati, rifiniti con i maglioli e la cesoia e venivano messi i manici.

Reciproco Servizio
A Bienno si erano creati mestieri di reciproco servizio ovvero lavori interdipendenti con il mestiere del fabbro oggi scomparsi. Tutto ciò che c'era in fucina era reperibile nella zona.
Questi mestieri erano:
lo scalpellino cioè colui che in montagna cavava i massi e li sagomava (es. "hoche");
il boscaiolo che tagliava le piante che sarebbero diventate manici dei magli o érbor;
il carrettiere che portava i tronchi in valle;
il carbonaio che produceva con la legna il carbone che vendeva a valle;
il segantino e il falegname che sagomavano legname rendendolo manici di maglio, alberi di trasmissione, cunei.